© Pina Longobardi | Sei Periodico

Lei è tra le persone più anticonformiste che abbia mai conosciuto: “Non bisogna mai sottostare al pensiero unico generale ma pensare con la propria testa”. Incontro con la brigantessa della musica: Teresa De Sio.

Com’è entrata la musica nella tua vita? È entrata con la danza! Quando avevo solo tre anni, chiesi a mia madre d’iscrivermi alla scuola di danza del San Carlo di Napoli: è lì che ho studiato sei anni. In seguito dovetti ritirarmi, era troppo gravoso da un punto di vista logistico, familiare e scolastico ma ormai la musica mi apparteneva. Fu grazie a mio zio che riuscii ad entrare in una compagnia teatrale amatoriale, “La Scacchiera”, e scoprii che recitare mi emozionava ancor più che ballare. Poi riuscii ad entrare al Teatro Popolare di Salerno e lì mi formai con un’attrice bravissima, che purtroppo ci ha lasciato di recente, la grande Regina Senatore. Ho militato come attrice fino ai diciassette anni, quando partii per Roma ingaggiata dalla “Compagnia dell’Atto”. Loro cercavano una giovane attrice, io mi presentai al provino e fui presa. Fu tutto veloce: il giorno dopo c’erano già le prove, così ebbi giusto il tempo di fare le valigie e, via, mi trasferii a Roma! Lavorai con la compagnia per altri tre anni. Fu con quell’esperienza di recitazione che incontrai sul mio cammino i grandi classici, da Euripide a Brecht.

Il tuo incontro con la musica tradizionale napoletana?
Fu una scintilla che esplose per caso. Con il gruppo teatrale andammo a cena in un ristorante torinese, lo stesso in cui stavano mangiando i membri della “Nuova Compagnia di Canto Popolare”. L’atmosfera era amichevole e allegra e, tutti assieme, improvvisammo una canzone. Tra gli altri, c’era Eugenio Bennato che, finita la piccola esibizione, mi chiese “Cosa fai tu nella vita?”. Fu questo l’inizio sia di un’amicizia sia di una nuova fase della mia vita. E quando Eugenio decise di staccarsi dalla compagnia, mi chiese di essere la voce dei Musicanova.

Senza di lui quindi?
Senza quell’incontro fulminante con la musica popolare, non so se si sarebbero mai aperti per me gli scenari di una interpretazione della musica diversa, in sintonia con la mia vocalità e che mi permettesse di fare del dialetto un “luogo di combattimento”. Parafrasando Fabrizio de André, questo mi ha permesso di navigare “in direzione ostinata e contraria”. In quell’Italia di fine anni Settanta a me non interessava né la musica leggera italiana né quella consideravo solo l’imitazione della musica americana. La percepivo come una musica padronale, imperialistica e non mi attraeva affatto mentre la musica popolare, in quegli anni soprattutto, era un’identità, alternativa rispetto alla musica leggera e a quella anglofona.

Cantare in napoletano è una scelta coraggiosa, ci hai mai pensato?
Nei primi anni Ottanta i miei tour mi portavano ovunque e dappertutto ero accolta con grandissimo affetto. Mi sentivo un’artista italiana. Nel decennio successivo, la cultura politica di questo Paese ha creato una divisione tra Nord e Sud, come se il Sud si fosse staccato dal resto dell’Italia: da allora, mi sono convinta di non essere più un artista italiana bensì un’artista meridionale. Ne sono fiera.

Che significa essere una “brigantessa della musica”?
Sono stati i miei fans che mi hanno definita così, la “brigantessa della musica”. È una definizione che amo, che coccolo. Essere un brigantessa, per me, significa due cose: la prima ha a che fare col passato, l’altra col presente. La nostra storia descrive briganti e brigantesse come delinquenti violenti e crudeli che, dopo l’Unità d’Italia, si opponevano rudemente al nuovo ordine borghese, laico e liberale. Questo, almeno, si studia sui libri. Ma la storia più autentica ci dice che, dopo l’Unità d’Italia, c’è stata una sorta di repressione della cultura e dell’economia del Sud che durante il Regno delle Due Sicilie viveva un periodo di prosperità, sia economica che culturale. C’è stata un’invasione del Nord, che ha smantellato l’economia meridionale e ha tolto sovranità a un popolo, defraudandolo delle sue ricchezze. In tutto ciò, i briganti e le brigantesse sono stati coloro che hanno opposto resistenza alla distruzione della nostra cultura e della nostra identità. Ecco perché mi fa piacere che i fans mi definiscano “brigantessa”, mi sembra di essere riuscita, attraverso la mia musica, a trasmettere un messaggio: non sottostare al pensiero unico generale, pensare, invece, con la propria testa e onorando le proprie radici.

Da autrice dei tuoi testi hai raccontato le donne del Sud, che non sempre hanno voce…
Le donne del Sud sono forti, fortissime. Sopportano tanto, sono portatrici di grandi passioni e di una profonda intelligenza, che sa sorprendermi sempre. Alle donne del Sud ho dedicato il mio primo romanzo, “Metti il diavolo a ballare” (Einaudi, 2009), che trae ispirazione dal mito del morso della taranta raccontando la storia di una ragazzina del Salento che, alla fine degli anni Cinquanta, per raccontare il suo male segreto, dice di essere stata morsa dalla taranta. Queste erano donne che esprimevano la propria esclusione dal mondo reinterpretando la mitologia popolare e diventando danzatrici del ragno della taranta. In un tempo in cui le donne non potevano parlare, attraverso questa danza espellevano dal proprio corpo sia il veleno sia lo spirito feroce e diabolico del ragno. Così erano in grado di sanare i loro mali.

So che hai un progetto che ti sta molto a cuore…
È così, si tratta di “Teresa canta Pino”. Sarà un omaggio a Pino Daniele, un disco per così dire devozionale per quel qualcosa d’incompiuto, che è rimasto in sospeso tra me e Pino. Dopo quei sei concerti di tre anni fa al Palapartenope ci eravamo riavvicinati e avevamo voglia di fare ancora qualcosa insieme. Sento che man mano che andrò avanti in questo progetto accorcerò la distanza tra me e lui. E dire che negli anni Ottanta mi innervosiva che mi definissero la “Pino Daniele al femminile”! M’infastidiva sapere che, ogni volta che una donna faceva qualcosa di buono, allora doveva essere paragonata ad un uomo. Col senno di poi ho capito che quel paragone esprimeva quel valore aggiunto che si sprigiona quando nostra musica e la nostra voce si mettevano al servizio della canzone napoletana.

Dove hai “voglia e turnà” ogni volta?
Napoli, ovviamente, ma anche casa mia a Roma.

Il “neomelodico” è un tentativo mal riuscito di raccontare Napoli?
La musica neomelodica è un fenomeno che prospera nello stesso ambito sociale e culturale in cui purtroppo radifica anche il crimine organizzato, è quanto di più sbagliato ci sia a Napoli e nel suo hinterland. Non sta a me dare giudizi musicali, ma credo si tratti sicuramente di uno stato sociale ben preciso. Negli ultimi decenni il livello culturale generale purtroppo è molto sceso, e vedo un “lassismo etico” molto dannoso. Anche questo, credo, ha fatto sì che nella musica neomelodica si riconoscano molte persone senza che ci si interroghi sulla sua origine. Una cosa è certa: la musica popolare che ha radici più antiche, più profonde.

Cosa ne pensi del rap come forma di comunicazione?
Sono un’appassionata di hip pop e di rap da oltre vent’anni. Ogni tanto faccio brevi e trasformate incursioni nell’hip pop. Purtroppo oggi è una musica snaturata dalla commercializzazione. Attenzione, spesso i rapper non sono artisti di strada, come amano lasciar credere, ma solo figli di papà. Questo non m’interessa.

Nel 2015, sempre per Einaudi, è uscito il tuo secondo romanzo, “L’attentissima”. Un genere diverso rispetto al tuo primo libro, un noir in cui descrivi una donna, con tutte le sue passioni e le sue fragilità. Hai già in mente un nuovo romanzo?
Eh sì! Ci sto pensando, ma per ora è ancora prematuro parlarne. Ti confido che scrive- re romanzi mi ha portato su territori nuovi, in cui amo stare. Mi permette di sperimentare un diverso uso del linguaggio e dell’introspezione, mi apre a nuove prospettive.

Sei una donna unica, libera, indipendente, innovatrice e sperimentatrice. Come ti trovi nella società attuale che, invece, tende a schiacchiare e conformare tutto?
Come artista ho cercato sempre di confrontarmi con menti libere e aperte. Ho incontrato tanti musicisti con cui ho col- laborato da Fabrizio De André a Brian Eno e moltissimi altri, che hanno sostenuto e corroborato le mie scelte. Come cittadina posso dire che in un mondo in cui va tutto storto arrabbiarsi non è difficile. La forbice tra chi sta bene e chi sta male si allarga sempre di più e la corruzione è stratificata. La mia soluzione è semplice: reagire, reagire, reagire. In fondo, si tratta di non abbassare la guardia, sostenendo le mie scelte e convinzioni oltre che lavorare bene e mai superficialmente.

Che cos’è la sensualità per la De Sio?
Sensualità è avere corpo e viso in sintonia col proprio animo, muoversi in modo naturale, bilanciare la profondità del pensiero con la leggerezza dello spirito.

Teresa un saluto ai lettori che leggeranno questa intervista?
Un grande ciao e spero che da questa intervista sappiano qualcosa di più di quello che già sanno.

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