© Pina Longobardi | Sei Periodico                                                                    

Chiudere questo artista nel cliché del comico che fa ridere è davvero riduttivo e in Tale e Quale Show ne ha dato prova. A tu per tu con Francesco Cicchella.

Ciao Francesco, ti avverto, facciamo un’intervista fuori dagli schemi!
Ti avverto allora… potresti avere delle risposte ancora più fuori!

Ok, cominciamo, chi avresti voluto essere oltre te stesso?
Sicuramente Ken il Guerriero o Goku! Ok, faccio il serio… È difficile rispondere, nella vita ho scelto di essere ciò che volevo, quindi non riesco a vedermi nei panni di qualcun altro. Vero è che la scelta è stata dettata dalla scoperta di avere un certo tipo di talento… Probabilmente, se ero portato per la danza classica, sarei diventato il nuovo Roberto Bolle… Ma la realtà è che anche in calzamaglia farei ridere!

Cosa significa essere un comico?
Vuol dire avere una grande arma a disposizione: la risata, per comunicare in maniera accattivante ed empatica, avendo la possibilità di far passare con leggerezza ed efficacia, anche messaggi importanti, per stimolare la gente a riflettere sul mondo che ci circonda, guardandolo in modo critico.

Ma tu hai scelto di cantare imitando o imitare cantando?
Un po’ l’una e un po’ l’altra cosa: nasco come pianista, poi cantante e attore, poi imitatore e cabarettista. Alla fine ho riversato tutto questo nelle mia comicità.

Quando ti sei accorto di essere diventato famoso?
Più che famoso, mi definirei “popolare”. A Napoli è molto
facile accorgersene, la gente è molto calorosa e sente quasi il bisogno di manifestare l’amore verso l’artista. Me ne sono reso conto quando per strada hanno iniziato a fermarmi, a chiedere il selfie o l’autografo, a gridarmi: “Facci nu piezz!”. Credo che per un artista sia il metro più infallibile per misurare la sua popolarità e soprattutto per capire quanto il pubblico apprezzi ciò che fa.

Adesso hai anche più ammiratrici di prima vero?
Sicuramente, fosse solo per una questione statistica dovuto al fatto che ti conoscono più donne! A parte gli scherzi, il rovescio della medaglia è poi la difficoltà nel capire se una donna è attratta da ciò che sei o da ciò che fai.

A proposito di sex appeal a letto sei più Rambo o Gigi d’Alessio?
Direi un misto tra i due: quando sto per finire le cartucce, mi ripeto “non mollare mai!”

E con Gigi e Anna siete amici, hanno mai avuto da ridire su qualche tua imitazione?
La mia parodia li diverte molto, quando Gigi seppe che l’avrei imitato, mi telefonò per dirmi che era felice che lo facessi perché mi stimava ed era sicuro che gli avrei reso giustizia anche vocalmente. Poi ho avuto modo di conoscerlo di persona scoprendo che lui ha un gran senso dell’umorismo, oltre ad essere una persona straordinaria. Del resto, per un artista, una parodia è anche una celebrazione e quindi dovrebbe essere un piacere, a patto che venga eseguita con rispetto e senza cadere nell’offesa. Il confine è molto sottile. Nel caso di Gigi, ho immaginato che in casa fosse un disordinato con una moglie perfettina e il quadretto di D’Alessio, un grande personaggio pubblico, assoggettato tra le mura domestiche da una tremenda Anna Tatangelo in versione casalinga, mi divertiva.

Come “nasce” un’imitazione?
È una cosa che mi viene piuttosto naturale, ma può nascere in maniera del tutto spontanea oppure dopo uno studio specifico, come mi è capitato a Tale e Quale Show. Nelle parodie, si verifica per lo più il primo caso. In genere, ascoltando un cantante, vengo colpito da una o più caratteristiche che poi vado ad enfatizzare e rendere comiche: così nasce un Kekko dei Modà lagnoso e depresso, che soffre per le cose più banali e assurde, o un Michael Bublé che da gentleman dal timbro vellutato, diventa un crooner a tratti pervertito che si trasforma in neomelodico.

Invece in “Tale e Quale Show” ti limitavi ad imitare cantando?
No. Anche se ho lasciato a casa la satira comica e ho seguito le “regole del gioco”, direi che in quel programma è impossibile limitarsi. Al contrario, bisogna mettersi in gioco in toto! Ho preso quell’esperienza come una sfida con me stesso, arrivando a fare cose che io stesso non mi sarei aspettato, come la spaccata finale nel balletto di Bruno Mars. Ho avuto la conferma che posso andare ancora oltre, sperimentare nuove strade e nuovi modi per potermi esprimere.

Fenomeno da esportare si o no?
Si, senza toglierlo all’Italia però! Comunque ho ancora tanto da dimostrare qui prima di pensare ad una vetrina internazionale. Soprattutto, mi piace l’idea di essere un giovane che può proporre qui in Italia il modello dell’artista americano, a tutto tondo. Sarebbe forse una restituzione più che una novità, visto che nella tv italiana degli anni ’60 e ’70 spiccavano artisti versatili come la Carrà, Proietti, Mina, Loretta Goggi, Noschese, Johnny Dorelli, ecc.. Oggi, invece, si tende piuttosto ad etichettare gli artisti ed a relegarli in un “campo”. Credo che la TV dovrebbe puntare di più sui giovani talenti piuttosto che sui fenomeni improvvisati che provengono dai reality.

Un motto che ti accompagna nella vita?
“Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, come diceva l’Uomo Ragno! Io non sparo ragnatele, ma questa frase rappresenta bene il modo in cui mi relaziono al mio talento, in un percorso di studio e di ricerca continua per metterlo a frutto nel migliore dei modi.

La Ferilli si spogliò per la vittoria dello scudetto della Roma, tu cosa prometti ai nostri lettori se accadesse al Napoli?
Non credo sarebbero contenti se mi spogliassi…. Al massimo mi faccio la cresta alla Hamsik!

Se mi inviti a cena dove mi porti?
Sul lungomare di Napoli perché è un incanto.

Pago io, paghi tu o facciamo alla romana?
Stai scherzando? Pago io, ovviamente!

E per finire un saluto ai nostri lettori?
Un bacio cartaceo a tutti… spero di non avervi rovinato la copertina!

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