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Fiorenza Calogero: “‘o sole mio” sia un inno mondiale.

Quali versi migliori se non quelli del Principe Antonio de Curtis per descrivere come la stabiese doc Fiorenza Calogero rappresenta la musica di tradizionale partenopea e quanto ella la ami infinitamente. Storia di una donna, la sua tammorra e Napoli.

Come ti sei avvicinata alla melodia classica napoletana?
Fin da piccola ascoltavo i dischi “La Gatta Cenerentola” o della ” Nuova Compagnia di Canto Popolare” e ho sempre avuto un’attrazione particolare per la musica della nostra tradizione. Poi il giorno del gran debutto col maestro Roberto De Simone. È stato come realizzare un sogno spinta da queste sonorità così antiche e poetiche che mi facevano vibrare l’anima da li ho cominciato gli studi del repertorio classico napoletano.

Nel 2001 vinci il Premio San Vincent come migliore Interprete con “Indifferentemente” secondo te la musica napoletana ha una marcia in più o un genere in via d’estinzione?
La musica napoletana di tradizione rappresenta la musica italiana nel mondo. La maggior parte se non tutti gli artisti internazionali hanno nel loro repertorio almeno una canzone classica napoletana, credo che “’o sole mio” sia un inno mondiale. Per me ha una marcia in più che negli ultimi dieci anni è stata rivalutata tanto, cantata e arrangiata in tutti gli stili musicali esistenti.

Una voce che passa attraverso i suoni del jazz, del pop al melodico. Qual è il tuo genere preferito?
La musica si divide in bella e brutta, non faccio distinzioni di genere, è possibile trovare capolavori in ogni ambito musicale, io prediligo qualsiasi musica riesca a darmi degli stimoli e a farmi scattare un’emozione.

Per realizzare la copertina dell’album di Federico Valcalebre dal titolo “Sotto il vestito di Napoli” hai posato nuda per l’obiettivo di Sergio Siani, hai provato imbarazzo?
Se decidi di fare questo lavoro l’imbarazzo non deve esistere. L’album non cerca lo scandalo ma l’essenzialità. Dietro l’immagine c’è l’anima della città canora per eccellenza, una tradizione sfrondata dall’oleografia e riletta con sensualità jazzistica, sonorità nude e scabrose, voci carnali.

John Turturro ti ha voluta nel film “Passione”, ci racconti quest’avventura?
Per me è stato un onore partecipare al film di Turturro sulla canzone napoletana. John Turturro mi affidò il canto partenopeo più antico, “Il canto delle lavandaie del Vomero”. Durante le riprese si respirava un’atmosfera serena, gioviale con Turturro instancabile dietro la macchina. È stata una di quelle piccole grandi esperienze che ti insegnano tanto.

Nemo propheta in patria, ci sono state difficoltà ad essere apprezzata sul territorio stabiese?
Gli stabiesi mi hanno sempre apprezzata e seguita nel mio percorso artistico e ho sempre sentito il loro calore soprattutto quando la mia attività è proseguita oltre i confini cittadini.

I prossimi progetti artistici?
Ci sono alcuni progetti dei quali sono molto entusiasta ma, per scaramanzia preferisco non rivelarli per il momento, dico solo che sto cercando di seguire una traiettoria improntata sul binomio colto/popolare, tradizione scritta/tradizione orale.

Sei da poco diventata mamma, quanto è cambiato il tuo approccio artistico dopo la maternità?
È cambiato molto, il mio bagaglio emotivo è cresciuto e adesso salgo sul palcoscenico con una ricchezza interiore che prima non possedevo.

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