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Gianfelice Imparato

Gianfelice Imparato | © Pina Longobardi

“Ai miei concittadini dico: imparate a valorizzare la nostra città, perché è la nostra ricchezza in tutti i sensi”. 
Questo mese abbiamo incontrato un attore, commediografo e regista partenopeo poliedrico e curioso, memorabili i ruoli in film come: L’ora di religione, Il Divo ma soprattutto Gomorra, dove dà il volto a Don Ciro, il pavido porta-soldi dei Di Lauro. La stagione della prosa diretta da Lello Radice ospita un superlativo Gianfelice Imparato protagonista in “Tante belle cose”.

Ritorni nella tua città natale con il lavoro di Edoardo Erba per la regia di Alessandro D’Alatri e coprotagonista Maria Amelia Monti, “Tante belle cose” ci racconti la storia?
La storia narra di Orsina (Maria Amelia Monti) un’infermiera che nel suo appartamento tiene di tutto, in America si chiamano “horder” cioè accumulatori seriali. I suoi vicini incaricano Aristide, l’amministratore del palazzo, interpretato da me di procurarsi le prove per poterla cacciar via. Tra Orsina e Aristide nasce una sorta di complicità, perché anche l’uomo ha il suo mondo di solitudine, i due si riconoscono nei loro disagi e… per sapere come va a finire ovviamente vi aspetto tutti a teatro.

Tu sei un conservatore?
No, non lo sono. Però ognuno di noi ha il suo angolo in cui si rende “horder”, diciamo che talvolta tendiamo ad affezionarci più al ricordo che l’oggetto ci lascia che all’oggetto stesso. Io amo custodire i ricordi nei miei pensieri.

La tua carriera inizia molto presto, cosa ti ha spinto ad abbandonare l’università per dedicarti all’incerto “mestiere” di attore?
Si è vero, mi mancavano pochi esami e mi sarei laureato in legge! Sai recitare non è una scelta, l’artista è come se vivesse una vita a metà, c’è una parte irrinunciabile di se che si realizza solo quando sta sul palco, senza quella parte egli non esiste, l’interpretazione non è la vita reale ma è la sola cosa che lo protegge da essa che, altrimenti, lo pietrificherebbe. Un artista sopravvive alla vita come Perseo alla Medusa  che la osserva riflessa nello scudo senza rimanerne pietrificato. Il teatro mi protegge dalla vita quotidiana.

Tu sei stato diretto da una delle maggiori figure di spicco del teatro d’innovazione italiano: Carlo Cecchi, c’è un suo consiglio che è stato determinante per la tua carriera?
Carlo diceva sempre ai suoi attori che un testo si deve vivere e non memorizzare, ogni interpretazione è diversa dalla precedente e l’attore non deve sapere ciò che viene dopo: il teatro è qui adesso. È stato un consiglio fondamentale per me.

Che sensazione ti ridà tornare nella tua città natale? C’è un posto in particolare che non manchi mai di andare a rivedere?
Mi piace il porto, in particolare la banchina, è un posto che amo molto. Ho un rapporto viscerale con il mare, quello quotidiano che lambisce questa bellissima città.

Perché i cittadini stabiesi sembrano non interessarsi al patrimonio culturale e agli artisti della loro città?
Gli stabiesi sono culturalmente pigri! Castellammare è posizionata sul più incantevole dei mari, incorniciata dal monte Faito che potrebbe essere una risorsa grandissima, innaffiata da ventotto sorgenti di acque uniche al mondo, con un patrimonio culturale che in altri posti da solo sarebbe la ricchezza della città ma Castellammare è inesorabilmente lasciata a se stessa! Gli stabiesi lo sanno e non è che non amano la loro città ma nessuno insegna loro a governare questo amore.

 

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