© Marilena Imparato | Sei Periodico
Dal successo cinematografico di “Notte prima degli esami” al boom della fiction Sky “1992”
Sei cresciuto molto artisticamente. Come riesci ad entrare con intensità nei personaggi?
L’intensità dipende dallo studio che si fa su quel ruolo ed è lì che mi diverto. La sfida è cercare di portare ad un livello differente un personaggio magari stereotipato.

Sei sul set di 1993, sequel della serie Sky di successo su Tangentopoli. Il tuo Zeno Mainaghi ci sorprenderà?
Sì. Il mio personaggio fa parte di un arco narrativo molto rilevante per se stesso che si evolve poi con un’ importanza anche all’interno della serie. Ha una linea più di fiction e la storia della mia famiglia in 1992 è un po’ ibrida, rispetto a quella del politico o dei personaggi di Stefano Accorsi e Miriam Leone, più relative invece a fatti realmente accaduti. Non è però una serie-documentario pur basandosi sulla cronaca del 1992.

Lasci qualcosa di tuo ai personaggi o viceversa?
E’ reciproco. Quando vivi un ruolo te ne innamori, ma è una scocca all’interno della quale c’è una tua verità. Con Zeno, personaggio molto diverso da me, ho potuto metterci dentro tante cose mie e quindi quello che poteva essere fatto in modo piatto, ha assunto profondità e mi ha arricchito.

Sei più autocritico o sicuro di te?
Autocritico, anche troppo, ma questo non è saggio! Ci vuole un balance.

Nel lavoro?
Faccio un mestiere non tecnico, non vado a cucire la pelle, ma la pelle sulla quale cucio è la mia e alla fine poi ne sento i punti quando infilo l’ago. Non è però mancanza di sicurezza nella mia professione, è generale.

Un tuo pregio e un tuo difetto.
La lista dei difetti è enorme! Un pregio è l’empatia.

Cresciuto in campagna ma vivi in metropoli come New York. Qual è la tua dimensione ideale?
Metropolitana, non ho ancora una stabilità emotiva per vivere in un posto distaccato.

Protagonista in Autovelox, corto che invita alla prudenza su strada. E’ importante lanciare questi messaggi?
Un dovere sociale. Gli artisti devono sensibilizzare l’opinione pubblica. Non sono un attore “politicizzato”, ma partecipo a campagne sociali come ho fatto per la Lila.

Fascino, talento e studio. A cosa non rinunceresti?
Allo studio. Il talento è un concetto sopravvalutato. E’ più un’attitudine verso certe cose, ma non c’è un calciatore che vince il pallone d’oro senza allenarsi più degli altri. Recitare presume una ricerca. Alcuni miei colleghi hanno facilità in certe cose, ma con uno studio di un certo tipo sarebbero molto più validi. Invece ci si basa su altro ed è quello che è successo anche a me anni fa arrivando sulla bocca di tutti per un prodotto molto po- polare, ma all’epoca non sapevo cosa volesse dire recitare.

Parlami di Days The Crossmovie.
Days è un progetto di uno dei miei più cari amici, Flavio Parenti. Un’esperienza tra le più difficili ed intense anche dal punto di vista pratico. Dormivamo in un ritiro boyscout su delle specie di barelle. E’ una delle cose più sperimentali ed affascinanti che io abbia affrontato e non ho ancora visto niente di simile, fuori da ogni logica di mercato. Frutto della mente pazza, nerd e geniale di Flavio!

Altri progetti televisivi?
Attualmente sto girando “Non uccidere 2”.

Cosa pensi dei film in Super 8 dal sapore documentaristico?
Su un certo trend come gli horror, funziona. Ora è invece proprio il momento del documentario. Ne ho anche prodotto uno, volevo sperimentarne il processo creativo.

Ti gratifica più un successo nella recitazione o nella produzione?
Sicuramente più la recitazione. Vorrei però produrre una serie di documentari sulla falsariga delle produzioni USA più creative e meno commerciali.

Le differenze tra il cinema americano e quello italiano?
Amo il cinema europeo per la sua sensibilità e ci sono ottimi progetti italiani. Se però parliamo di differenze, è innegabile che in America è un’industria a tutti gli effetti, dove un film indipendente a low budget può partire da 5 milioni di dollari. Ogni ruolo nel cinema USA poi è più definito mentre qui gigioneggiano un po’, ma siamo in evoluzione.

Cosa auguri al cinema e alla tv italiana?
Che ci siano più produttori pronti a sposare progetti con un’onestà differente, a prescindere dal risultato. Prodotti come Gomorra, lo stesso 1992 e The young pope, che guardano anche oltre confine, presentando storie forti che non siano per un solo tipo di pubblico, un trend che sembra essere sempre più vivo.

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