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#bringbackourgirls: Le schiave di Boko Harem

Rapite, usate, vendute. Ridotte ad automi programmati per dire di sì. Sono le schiave nigeriane sequestrate dagli jihadisti di Boko Haram. Ragazze cresciute troppo in fretta, costrette a rinnegare la propria identità fino a diventare donne confuse, plagiate, terrorizzate. Mutilate nell’anima e a volte anche nel corpo. Ragazze ormai madri, ancora bisognose di essere figlie, bombardate dentro.

Oltre 15.000 sono i feroci combattenti di questo gruppo terroristico. Il sequestro avvenne nel 2014 all’interno del dormitorio di un collegio femminile a Chibok e per i primi tempi sembrò destare l’interesse di tutto il mondo dando vita all’hashtag #bringbackourgirls. In seguito il vuoto totale, eccetto qualche agghiacciante notizia che di tanto in tanto diffondeva il terrore. Amnesty International divulga un rapporto di oltre 90 pagine ricche di testimonianze e dettagli sul travagliato scambio di prigionieri che ha reso possibile il rilascio di 82 donne. SA’a, è il nome di una delle 279 ragazze rapite che riuscì, in un tentativo estremo, a fuggire gettandosi da un camion. “Non riesco a dimenticare le urla, gli spari, i morti. Ci hanno rapite per punirci. La nostra unica colpa era che volevamo studiare. Tante mancano all’appello, vi chiedo di non abbandonarle”. Studentesse, per la maggior parte cristiane, costrette a convertirsi all’Islam e a sposare i loro carnefici oppure vendute al mercato della prostituzione. Più di 100 vivono ancora nelle mani dei terroristi. Il traguardo raggiunto finora conta infatti la liberazione di una quantità di ragazze pari a meno della metà di quelle sequestrate. LIBERTÀ è però da ritenersi un termine poco appropriato se guardiamo nei loro occhi ora privi di luce, derubati di quella speranza giovanile per un futuro luminoso e colorato come quegli abiti che fasciano i loro corpi violati. In netto contrasto sono i vivaci copricapo che abbracciano quelle menti rase al suolo dall’ordigno più devastante: LA SCHIAVITÙ. Assurdo come ancora oggi esista lo schiavo a cui non si riconosce la qualifica di uomo, cosa vergognosamente degna dei tempi del CODICE DI HAMMURABI. Le notizie che ci arrivano delle circa 113 donne ancora prigioniere, non sono tra le più confortanti. Si dice che vivano in rifugi isolati, sporchi, spersi tra foreste selvagge in cui hanno dato alla luce gli innocenti figli dei loro aguzzini. Si sospetta anche che altre siano state legate ad esplosivi, addestrate e mandate in missioni kamikaze per cui, anche le donne “salvate” vengono viste da alcuni con diffidenza e sospetto pagando un ennesimo ed ingiusto scotto. Tra le ragazze libere, vi è chi ha perso una mano a causa di un’infezione non curata e chi è priva di una gamba per conseguenze successive ad un bombardamento. Mutilazioni importanti che ricorderanno loro ogni giorno i maltrattamenti subiti. Su ogni difficoltà quotidiana dovuta a questo, si affaccerà sempre l’ombra di Boko Haram ad offuscare una qualunque speranza di luce. Queste donne ora sono apparentemente libere, ma chissà di quanto tempo avranno bisogno per veder cicatrizzate tutte quelle ferite inferte alle loro anime dilaniate. Sì, perché non è facile ripulirsi da una cancrena che divora dentro né ci sono protesi capaci di sostituire i pezzi mancanti di quel sogno di essere donne realmente libere, indipendenti e determinate alla ricerca solo di un futuro da costruire.

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