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Dignità rubata.

I recenti fatti di cronaca, che hanno visto protagoniste numerose donne, invitano la mente a riflettere su come la società sia in grado di affrontare la battaglia contro il vilipendio della dignità umana.

Un calderone di dibattiti imperversa fino a condensarsi in una comune e duplice strategia mediatica: spettacolarizzare il male per rendere più “appetitoso” il piatto da servire ad un pubblico morbosamente curioso e, successivamente, tacitare le presunte caste coscienze dimostrando tanta ipocrita indignazione e artefatto dispiacere. Al banchetto del giornalismo horror, macabro e rozzamente particolareggiato, della politica delle presunte condanne senza appello e nei patetici salottini pomeridiani dove “oltre alle gambe (non) c’è di più”, tutto diventa succulento, anche la violenza, mista all’aria fritta che si respira! Prevale la drammatica constatazione di essere dinanzi alla totale assenza di empatia perché essa è diventata merce poco pregiata per essere esposta sul mercato del successo assicurato!
E’ così facendo che l’entità di uno stupro viene centellinata e miseramente catalogata in base all’etnia, all’età, alla durata e soprattutto ai dettagli scabrosi su cui volutamente affondare il coltello!
Sembra di assistere al freddo allestimento di una sorta di scaffale degli orrori, all’interno del quale le vittime sono ridotte a passive figurine di album da collezione. Manca lo spazio da destinare agli accorati racconti di sentimenti calpestati e coscienze violate, dinanzi ai quali sorge spontaneo un bisogno di identificazione reale ed immediato, che non si consuma dopo il primo giro d’orologio. Il sincero interesse e la solidale partecipazione si perdono nella convulsa routine, dove primeggia la corsa alla ricerca della successiva “notizia bomba”, da spiattellare e strombazzare; sembra di trovarsi dinanzi ad un’orchestra che freneticamente esegue i suoi spartiti, senza cura alcuna per qualità dell’interpretazione ed emozioni da trasmettere: manca il sentimento di comune condivisione, tutto diventa tristemente automatizzato e superficiale e, dunque, il risultato viene irrimediabilmente compromesso. Valori come il rispetto per il corpo e l’anima di ciascun individuo crollano ogni singola volta che un qualsiasi tipo di violenza carnale viene bollato come “bambinata” nazionale o ricondotto ad un fenomeno prettamente extracomunitario (roba da “vermi magrebini”, per intenderci!) snaturandone, di conseguenza, l’essenza di atto deprecabile e lesivo… come se potessero esistere stupri migliori e stupri peggiori, stupri di serie A e stupri di serie B!
Le vittime di tali violenze diventano inerme bersaglio di “leoni da tastiera”, che si ergono a giudici supremi virtualmente investiti di chissà quale grande capacità di discernimento, del chiacchiericcio mediatico, di copioni già scritti e di teatrini dell’assurdo dove si consumano paradossali scontri al vertice tra penose “scimmie urlatrici”, senza arte né parte.
Tutto è diventato meschinamente provocatorio e, quindi, se anche all’ignoranza è dato parlare apertamente non sorprende che possa arrivare a imporsi la becera filosofia del “se l’è cercata”, propria di chi sputa sentenze ritenendosi “l’ipse dixit” di turno. Oggi non in- sorge la volontà concreta di comprendere e condividere stati d’animo e timori delle vittime perché la società si veste solo di gossip e apparenza e svende la sua identità pur di strappare un applauso. Audience e denaro sopprimono i più sensibili moti della coscienza e, quindi, non stupisce che un Buondì a colazione faccia più eco e repulsione di uno stupro in piena regola!

 

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