Mi muovo su è giù per la soffitta, mettendo ogni cosa al suo posto con maniacale e geometrica perfezione: qui la rivista, qui la candela, il cuscino ed il microfono che oggi avrà l’onore di percepire le onde sonore di una voce calda, piena, graffiante!
Ecco, sembra tutto a posto per il compito affidatomi dalla caporedattrice Pina la quale ha saputo procurarmi un’artista.

Come al solito sono in ritardo, infilo la giacca e rubo le chiavi alla ciotola dell’ingresso per dirigermi alle porte di Napoli, dove la cantante partenopea Monica Sarnelli mi aspetta per essere condotta nella verde soffitta.
Un viaggio di ritorno da Napoli silenzioso, solo poche parole scambiate, credo più per colpa mia, per quell’ingenua timidezza che provoca avere nella propria auto, affianco, un’artista di spessore, una cantante che più volte hai ascoltato alla radio, visto in tv, che ha accompagnato le serate passate con gli amici.
Eccoci arrivati, faccio strada lungo le tante scale che portano alla soffitta, ci accomodiamo sul divano e finalmente posso guardarla in viso e quella timidezza va subito via forse perché mi sento più protetto tra le mura della soffitta. Subito si apre un dialogo e in un attimo Monica Sarnelli si presenta per quella che è, semplice, come una persona che conosci da tanto, come quelle che incontri per strada e con cui puoi parlare davvero di tutto, anche di quanto è salito il prezzo delle mele. Percepisco subito che è una persona speciale, una persona che è vissuta nella Napoli dei quartieri, per strada, tra la gente più comune, ma che in realtà proprio quell’essere comune rende speciale. E proprio questo suo modo di essere voglio raccontarvi, invece che riportare la sua vita artistica, quella la conosciamo tutti, sappiamo bene cosa ha fatto, conosciamo la sua voce piena di rabbia, una voce che la stessa Monica ha prestato al rock, al blues, a quella musica che, come quella napoletana, racconta la sofferenza e la voglia di rivelare. E lei proprio in questo è diversa, forse per le sue esperienze, nel suo modo di cantare non c’è il lamentarsi, il piangere nell’intonare le canzoni, nel suo modo di cantare c’è invece grinta, forza vitale, come nella mimica che assume quando la voce graffiante intona gli acuti delle sue canzoni. È un interprete che ha cantato di tutto, dalle canzoni di Nino D’Angelo, la più famosa “Chesta Sera”, alle canzoni di James Senese e Pino Daniele, a quelle di Domenico Modugno e Renato Carosone.
Poi scopro un’assonanza con il mio modo di concepire la notte, mi racconta di quanto la rappresenti il pezzo “Notte Lenta” di Franco De Prete, di quanto lei si rifugi nella notte e riservi a quel silenzio le cose più vere del proprio vivere, del proprio essere. Conserva a quel buio la sua vita più riservata, la sua musica, ed in quello slow-motion che è la notte, ascolta la sua anima per capire la strada da percorre nei giorni avvenire.
Tra una chiacchiera ed un’altra, scopro anche che abbiamo un amico che è vicino ad entrambi, il musicista Alfredo Di Martino. Monica si sta esibendo con Alfredo in un progetto tutto acustico, una voce, un pianoforte ed un violoncello suonato da Erasmo Petringa, e con questi ultimi la cantante si è esibita a Roma nell’evento dedicato alla Cultura e alla Fratellanza dei Popoli, perché scelta come rappresentante della tradizione musicale partenopea.
Adesso basta chiacchiere, il microfono freme come le mie orecchie, voglio sentirla, voglio l’onore di riempire la soffitta di quella voce, ed è così. Le note di “Chesta Sera” si liberano e osservo lei cantare, guardo il suo corpo cantare, i gesti che accompagnano le note e le note che muovono ogni suo muscolo, vive la musica appieno, vive per la musica e la musica è la sua linfa vitale.
Dopo l’ultima nota arriva un silenzio ieratico, ora nessuna parola ha più senso, mi ritorna quell’ingenua timidezza che per fortuna Monica Sarnelli rompe con il suo essere verace.
Ormai il tempo a disposizione è finito, a malincuore mi congedo da Monica che oggi, con il suo modo di fare, ha portato il sole anche dentro la soffitta; mi lascia una piacevole sensazione, una positività che darà sorriso alle mie labbra per parecchio tempo.
Un ultima cosa… Monica, scusa per il pessimo caffè!

Sfoglia seiperiodico online

Please follow and like us: