Castellammare è la città da cui è partito, un lungo viaggio di andata (e continui ritorni) verso una brillante carriera artistica tra cinema, teatro e tv… “amo la mia città e ritornarci per viverla”,

Ciao Sebastiano, facciamo un salto indietro nel tempo: c’era una volta una città bellissima e un bambino che abitava lì…
L’infanzia stabiese resta un’impronta importante per me, gli anni più spensierati della mia vita li ho trascorsi, come tutti i bambini di allora, tra le escursioni familiari sul monte Faito, le estati al mare, alle terme, le serate ai chioschi dell’Acqua della Madonna, il Santuario di Pozzano, le bottiglie di pomodoro fatte in casa e l’eleganza degli stabiesi di un tempo. Oggi a Castellammare ho lasciato un pezzo di cuore, mia madre novantenne e parte della mia famiglia vivono ancora lì.

Che rapporto hai con la città e gli stabiesi?
La amo molto, soprattutto il centro storico, quando vengo a Castellammare mi piace passeggiare per via Gesù, Capo Rivo, soffermarmi sotto il balcone della casa in cui nacque Viviani. Credo che mettere a fuoco le potenzialità dei quartieri storici e delle terme sarebbe la reale resurrezione per la “mia” città. Gli stabiesi sono consapevoli della bellezza e delle potenzialità del centro antico che andrebbero maggiormente esaltate. Occorre riscoprire l’orgoglio, la dignità persa e la voglia di lottare dei miei conterranei per ambire alla rinascita del territorio.

Da un artista affermato che ricordi hai dei tuoi primi passi nel mondo dello spettacolo?
Sin da bambino ero attratto dalla recitazione perché sus- citava in me grandi emozioni, era una cosa istintiva. Giovanissimo, trasferitomi a Fuorigrotta, entrai a far parte di un gruppo di giovani attori teatranti con cui condividevo l’opera teatrale di Scarpetta, di Eduardo in un clima di aggregazione e sperimentazione. Quelle emozioni diventavano man, mano sempre più intense tanto da proiettarmi in percorsi e viaggi che si orientavano verso il mondo del teatro e della tv.

Tra un viaggio e l’altro qual’è stato il treno giusto nella tua vita artistica?
Più che un treno fu un’auto a cambiare il mio futuro artistico… l’opportunità nacque quando il mio amico Filippo Boccoli decise di trasferirsi a Roma ed io di seguirlo. Una scelta dettata dal momento perchè a Napoli mi sentivo prigioniero rispetto alle mie aspettative e decisi di andarmene. Caricai il mio malandato ma amatissimo Mercedes Codini, con materassi, pentole e tutto il possibile e, un po’ come Totò e Peppino, mi misi in viaggio verso la capitale. In una curva sulla Tangenziale un gatto nero mi tagliò la strada e la macchina mi abbandonò sulla carreggiata, un inizio non proprio eccezionale ma non fu certo la scaramanzia a fermarmi.

Infatti tra corsi e ricorsi, gavetta tra cinema, tv e teatro a quarant’anni la tua carriera prese il volo, giusto?
Nei miei primi quarant’anni ho fatto delle belle cose con grandi artisti come Aldo Giuffrè, Rosalia Maggio, preso tante batoste e compiuto tanti passaggi fondamentali per la crescita professionale sia a teatro che in Tv. Il successo l’ho consolidato a 39 anni quando, in un momento emotivamente difficile per me, il regista Luigi Perelli, noto per aver firmato diverse serie de “La Piovra”, mi volle fare un provino per il ruolo di Luca Bartoli per la serie “Sospetti”. La sua idea era di proporre al pubblico un ispettore dall’aspetto fascinoso maturo e grintoso. Da lì è stato tutto un susseguirsi di copioni per fiction televisive come “Senza confini”, “Un caso di coscienza”, “Madre Teresa”, “La bambina dalle mani sporche”.

Quale personaggio ti porti nel cuore?
Indubbiamente Giovanni Palatucci che ho interpretato nella serie “Senza Confini”, è stato toccante per me  far rivivere un personaggio realmente esistito, un eroe italiano poco citato nei libri di storia ma che ha sacrificato la propria vita per salvare migliaia di ebrei dai campi di sterminio.

Non hai pensato di confrontarti con ruoli diversi?
Sicuramente da “Sospetti” in poi i ruoli positivi mi hanno regalato una grande popolarità, permettendomi di continuare a fare il teatro e a cominciare a scegliermi ruoli più complessi sia in teatro che in tv o al cinema, ultimamente ho interpretato a teatro Eddy Carbone in “Uno sguardo dal ponte” un testo del grande Arthur Miller, con un ruolo torbido, ambiguo e complesso, per me un cambiamento enorme.

Tu hai avuto partner notevolmente belle come Carol Alt, Ornella Muti, Isabella Ferrari, con chi hai lavorato meglio?
Quelle che hai citato sono state tutte partner bravissime, in particolare ho avuto un ottimo rapporto con Ornella Muti, una donna vera, forte, sincera oltre che una grande amica.

Cos’è per te essere un attore?
È la voglia di emozionarmi e di trasmettere emozioni, la grandezza dell’essere umano è il costante bisogno di vivere tutto questo e anche molto di più, il giorno in cui non riuscirò più ad emozionarmi mi dedicherò ad altro.

Il cinema rende famosi, la tv ricchi e il teatro?
Il teatro ha una sua magia, è l’incontro della parola tra l’autore, l’attore e il pubblico, una grande responsabilità ma anche molto gratificante.

Come hai conosciuto tua moglie Morgana?
L’ho conosciuta nel 1996, eravamo entrambi in vacanza a Mykonos e abbiamo simpatizzato subito, quando mi disse che anche lei viveva a Roma al rientro non ho perso tempo e ho iniziato ad invitarla ad uscire. Ero ad un punto della mia vita in cui ricercavo un’armonia diversa ed ero certo che lei era la donna giusta per me, quell’esatta proporzione che completava il mio essere. Sono trascorsi vent’anni e il tempo è la conferma che la mia scelta era giusta, nel 2005 a completare i miei affetti è nata Cartisia, nostra figlia. Ho sempre anteposto la famiglia anche alle scelte lavorative perché credo che sia un capitale affettivo su cui investire.

Quando vieni a Castellammare dove ritorni?
Nei luoghi della mia infanzia che per me sono i luoghi dei ricordi: Pozzano dove affondano le mie radici d’infanzia, lì rivivo il ricordo di mia sorella una persona straordinaria e mio punto di riferimento purtroppo scomparsa a soli 52 anni. Ritorno nella sua casa che ho vissuto con i miei nipoti. Mi piace anche andare sul lungomare e soffermarmi nei pressi del molo a vedere i pescatori che attraccano con le loro barche ma i luoghi sono tantissimi e raccontano una storia di radici mai dimenticate.

Concludendo a chi dedichi quest’intervista?
A mio nipote Peppe Dolvi, uno stabiese che non ha mai abbandonato la sua città costruendo con determinazione il suo futuro e a tutti i giovani stabiesi a cui dico rimboccatevi le maniche e credete di più nelle bellezze della nostra città.

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