La maternità è costitutiva del senso d’esistenza per molte donne, la sua assenza equivale all’autodistruzione. Questo è il dramma raccontato in “Solo a voi lo posso dire” la trasposizione in testo teatrale tratta dal romanzo “La primavera cade a novembre” dell’autore stabiese Angelo Mascolo

Andato in scena domenica 16/12/2018 presso il Teatro Karol di Castellammare di Stabia, “Solo a voi lo posso dire” è il dramma in due atti, scritto dallo stabiese Angelo Mascolo e interpretato dall’attrice Giulia Conte, che ne ha anche curato la regia assieme a Gerardo Sanvito, un bel fuori programma rispetto al cartellone ben concertato dal direttore artistico prof. Pierluigi Fiorenza per la stagione 2018/2019.

Lo sfondo è quello della città dalle sorgenti termali, con la sua Villa Comunale, gli scogli dell’acqua della Madonna, lo sciabordio delle onde del mare, la montagna che si staglia sulla città. Il racconto è ambientato nel ’47 in una Castellammare che, come tutta l’Italia, prova a rialzarsi dalle ferite del 2° conflitto mondiale. La storia è un dramma interiore, di quelli che lacerano le aspettative più attese in ogni giovane sposa: la maternità. Protagonista è Teresa, moglie del commissario Vito Annone che nel romanzo “La primavera cade a novembre” indaga su un complicato intreccio di omicidi e, preso com’è dal lavoro, si allontana emotivamente da sua moglie infelice dopo la perdita della sua gravidanza e la scoperta che la maternità non sarà mai possibile. Un tormento quello di Teresa vissuto nel libro dalla parte di Vito Annone che fa i conti con una paternità impossibile e la depressione di sua moglie, chiusasi nel silenzio dopo l’aborto. Nella trasposizione teatrale, Angelo Mascolo darà voce ai sentimenti di Teresa, questa donna quasi invisibile al mondo che ha smarrito la sua identità in una società e in un tempo in cui la maternità era il valore fondamentale per ogni donna. La scenografia di Benito Primavera, é semplice e coerente con il momento storico in cui è ambientato il racconto, i riflettori si accendono su un piccolo balconcino, di quelli tipici del centro antico stabiese: un vaso di gerani in un angolo, le tendine ricamate alle finestre della camera da letto, un modesto nido d’amore, preparato per accogliere la vita. Sarà però una vita tanto desiderata quanto negata, un dramma che imbalsama la casa come nel più cattivo incantesimo fiabesco. Tutto diventa sterile nel mondo di Teresa che, affacciata a quel balcone, prova a tirare fuori il dolore che la lacera senza riuscirci fino in fondo, la sua mente dimentica i dettagli perché é attanagliata dal dolore di un grembo vuoto e assassino che non porta avanti il nascituro. Teresa si sente giudicata, rifiutata ed emarginata, vittima di una condizione inevitabile che la fa diventare quasi un peso inutile in una società mal disposta ad accettare il suo essere donna sterile. Un dolore che tramuta in vergogna quando Teresa si confronta con la portiera, la vicina di casa, la suocera e diventa un muro di silenzio quando rientra a casa suo marito. Teresa sente di aver fallito e frantumato il punto cardine del suo progetto matrimoniale e sa solo soffrirne. Tutto cambia quando la protagonista si sposta nell’antro buio del palcoscenico, che è utero ma anche rifugio, lo spettatore assisterà ad una trasformazione del personaggio che butta fuori la sua rabbia, la verità diventa come un coltello affilato che attraverso le parole, accende un riflettore sulle ferite aperte e sanguinanti di una donna arrabbiata e sola, difficile non lasciarsi andare alle emozione, viene quasi voglia di abbracciare Teresa, sollevarla dal macigno interiore che è una morsa sul cuore. Un racconto drammatico, abilmente inscenato dall’attrice Giulia Conte che mostra di saper indossare anche le vesti dell’interpretazione drammatica; la sua presenza scenica inchioda gli spettatori sul suo corpo, portandoli a percepire il dolore dell’aborto vissuto, il tormento di una fede smarrita per le aspettative deluse di una vita ormai vuota come il suo ventre.

Il dramma rimane sospeso fino alla fine del racconto, Teresa non trova altra soluzione al suo problema se non quello di raccontarlo e di ricordare il suo amore per Vito attraverso il loro passato, interpretato a passi di danza dai giovanissimi ballerini Daniele Doria e Gaia Palladino che, con la coreografia di Rino Esposito, danzeranno sulle note di “Nun me scetà” di Roberto Murolo, accompagnati dalla bellissima voce di Loredana Cirillo e dalla chitarra del M° Giuseppe Rapicano. Ci sarà un riscatto per Teresa Iannone? Questa domanda credo e spero sia stata lasciata “strategicamente” in sospeso dall’autore che starà sicuramente elaborando altri capitoli per Iannone e signora. Angelo Mascolo con questa prima esperienza teatrale si conferma un grande autore, apprezzatissimo dagli amanti della lettura ma anche dalla critica: nel 2016 “La primavera cade a novembre”, si è qualificato medaglia d’argento per “La Giara”, premio letterario annualmente indetto dalla Rai. Il suo esordio teatrale è un nuovo percorso per lo scrittore stabiese? Solo il tempo risponderà a questa domanda.

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