Diario di una guerra di cui nessuno vuol parlare.

Diario di una guerra di cui nessuno vuol parlare.

Storie di persone che fuggono dalla guerra, storie di bambini che hanno perso la casa, la scuola, la famiglia.

Storie di persone che sopravvivono alla fame, al freddo e alla paura; storie da brividi che provengono dalla parte invisibile del mondo.
Come quella di Laila 18 mesi che, neppure un mese fa, è morta assiderata tra le braccia del padre. La piccola si era ammalata perché viveva in una tenda in un campo profughi improvvisato ad Idlib, troppo poco per il freddo pungente dell’inverno, Laila ha cominciato ad avere problemi respiratori. Per strapparla alla morte, il suo papà, sfidando le intemperie, ha deciso di andare nel più vicino ospedale di Afrin, a due ore di cammino dal campo, Laila vi è giunta morta.
C’è poi la storia di Othman, 9 anni, che con la sua famiglia ora vive in un campo profughi e racconta:
“Abbiamo lasciato la nostra casa per sfuggire agli attacchi, siamo partiti in macchina e siamo venuti qui. Non siamo riusciti a trovare un posto dove stabilirci. Siamo stati prima in una moschea, poi ci hanno portato qui. Tutti i miei amici se ne sono andati e non è rimasto nessuno nella mia città. Hanno ucciso tutti lì.
C’è poi Fadi, 15 anni, che ha perso il braccio in un bombardamento ed è dovuto fuggire dal suo villaggio: “Gli attacchi sono stati molto violenti. Siamo fuggiti senza poter portare niente con noi se non materassi, coperte e alcuni vestiti. Quando ho perso il braccio, mi sentivo come se fossi morto. Ora, con mio fratello, trasporto mattoni con un solo braccio pur di aiutare economicamente la mia famiglia”.
Fa tenerezza e nel contempo dimostra una grande forza la storia di Mohammad che, per evitare traumi a sua figlia Salwa, le ha fatto credere che le deflagrazioni delle bombe sulle loro teste, fossero rumori provocati da fuochi artificiali. Trasformare un atto di morte in un gioco non deve essere stato facile ma indispensabile se hai un figlio di tre anni che non può dare un senso alla guerra. Mohammad a ogni bomba che si sgancia poco lontano dalle loro teste, ha inventato un gioco in cui il frastuono diventa una fragorosa risata per entrambi. Mohammad ha spiegato: “È una bambina e non capisce la guerra e io le faccio credere che i rumori provengono da armi giocattolo. Cerco di evitare che venga colpita da malattie legate alla paura”.
La vita dipende dalla parte del mondo in cui nasci. C’è chi a tre anni si confronta con problematiche quali: l’ingresso all’asilo, togliere il ciuccio, imparare a tenere cucchiaio e forchetta correttamente e altri che imparano a convivere con la fame, il freddo, la guerra e il lutto.
Nove anni di guerra e migliaia di persone in fuga, i bombardamenti infiniti in Siria non risparmiano nessuno, nemmeno i bambini. Una situazione drammatica di cui l’umanità sa poco o nulla.
Le ragioni di questo silenzio risalgono al 2009 quando il presidente Assad rifiutò di far transitare in Siria i gasdotti siriani verso la Turchia. Questo non ha permesso al Qatar di vendere gas all’Europa mentre la Siria si è preservata così l’alleanza con la Russia, principale venditore di gas in questa parte di continente.
Nel 2011 poi Siria, Iraq e Iran si accordarono per costruire un gasdotto collegante il giacimento di gas South Pars in Iran alla Siria. Trattandosi del più grande giacimento mondiale di gas, questo controllo ha indispettito non poco l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti che non hanno potuto offrire gas all’Europa e il prezzo di questi contrasti lo sta pagando soprattutto il popolo siriano.
Distratti dal pallottoliere mondiale che quotidianamente ci elenca il numero di contagiati, guariti e deceduti per coronavirus, nemmeno sappiamo che nella parte invisibile del mondo 500.000 bambini sono in fuga da Idlib. I più fortunati vivranno stipati in campi profughi, rifugi di fortuna ricavati ai confini con la Turchia.
Save the Children, ha riportato un video in cui le immagini satellitari riprendono una città fantasma, con zone totalmente devastate. Il mondo ha chiuso ogni corridoio di fuga ai siriani, gente a cui non resta altro che sopravvivere giorno per giorno una vita che di dignitoso non ha più nulla: nessuna casa, nessun luogo dove poter studiare. Bambini che si dissetano con acqua sporca e cibo poco nutriente.
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, dal 9 al 12 febbraio scorsi circa 142 mila siriani sono fuggiti verso il confine turco, la stragrande maggioranza dei quali sono donne e bambini, costretti ad allontanarsi solo con i vestiti che indossavano. Più di 80 mila persone vivono attualmente in campi ricoperti di neve, esposte all’inverno gelido della Siria settentrionale. Per riscaldarsi, si ritrovano a dover bruciare plastica o altri materiali infiammabili, quando non riescono a trovare la legna.
Bambini come Laila, Othman, Fadi, Salwa e tutti quelli sulle cui teste sono esplose bombe, morti o feriti mentre stavano a scuola, a casa a giocare o dormire sono figli della nostra ignavia, strutturata sulla nostra paura, contornata di vergognoso esibizionismo con le nostre salviettine imbevute e le mascherine utilizzate per farsi i selfie con la didascalia “Io sono responsabile e tu?”.
In questi giorni in cui ci lamentiamo delle scelte governative per le scuole chiuse troppo tardi, troppo poco o inutilmente. In questo frangente in cui non sappiamo trattenere i nostri viziatissimi figli, annoiati nelle nostre “tiepide” case. Ci lamentiamo di tutto e del contrario di tutto: le lezioni saltate, l’economia bloccata, il virus complottista che ha messo in subbuglio le nostre infelici esistenze.

Noi presuntuosi di ogni grado sociale, culturale, professionale non ci indighiamo per le bombe sui siriani, perché in fondo non le vediamo, non le sentiamo e nemmeno le vogliamo conoscere ma ci sentiamo le “vere” vittime nel mondo, perché la paura è una malattia irrazionale, egoista, inaccettabile all’uomo occidentale.
Ogni giorno nel mondo circa 15.000 mila bambini muoiono di malattie, malnutrizione e guerre (oltre 5.475.000 in un anno). In tre mesi si sono registrati 100.000 i casi di Sars-CoV-2 di cui 5.061 positivi in Italia e 3.483 decessi su 7,5 miliardi di abitanti sul pianeta terra. Una delle mille sfumature del covid-19 ci sta dimostrando ancora una volta che la banalità del male insiste nella presunzione dell’uomo.

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