Le “figlie di E.V.A.”, quando l’amicizia diventa risorsa.

Le figlie di E.V.A.,
quando l’amicizia diventa risorsa.

Le figlie di E.V.A. narra la storia di un’amicizia tra donne e prova a spiegarci che arriva un momento nella vita in cui esse comprendono che la vera forza non viene dai compagni, dai figli, dal lavoro…

Quando vai a teatro la vera essenza di una storia la assapori a sipario calato, con le luci calanti e osservando i volti degli ultimi spettatori che lasciano la sala, sgombrandola da quelle emozioni che fino a pochi minuti prima appartenevano ad una storia in cui eravamo entrati quasi rapiti violentemente alla realtà.
È solo quando ti lasci alle spalle il vuoto sterile della sala e ti accingi ad affrontare la strada, con una lieve malinconia, perché vorresti ancora partecipare alla vita di quei personaggi, assaporarne la gioia e la tristezza. Nella solitudine dei pensieri ti stringi il cappotto al petto tentando di trattenere ancora l’illusione di una vita irreale, ma che ti è appartenuta per qualche ora; solo allora capisci il vero senso del teatro e ringrazi chi si sacrifica per portarlo avanti nonostante la crisi, nonostante le difficoltà e gli imprevisti.”

Le “figlie di E.V.A.” narra la storia di un’amicizia tra donne e prova a spiegarci che arriva un momento nella vita in cui esse comprendono che la vera forza non viene dai compagni, dai figli, dal lavoro o dai soldi ma dalle proprie capacità.
Le “figlie di E.V.A.” ci descrive il mondo disilluso delle cinquantenni di oggi che non ci stanno più a vivere all’ombra del potere manipolatore degli uomini.
Paradossalmente sarà proprio un uomo, un giovane attore che le aiuterà a vendicarsi (il bravissimo Marco Zingaro) che lo insegnerà ad Elvira, un’eccellente Michela Andreozzi (la segretaria di Nicola Papaleo sindaco disonesto che la rovina denunciandola per un falso in bilancio per preservare il suo potere politico); a Vittoria svampitissima moglie di Nicola Papaleo, interpretata con grazia e fascino dalla sorprendente Maria Grazia Cucinotta. Quest’uomo senza volto e senza corpo (non apparirà mai sul palco) rovinerà la carriera dell’insegnante supplente del figlio di Nicola e Vittoria che si ritroverà licenziata per averlo aiutato all’esame di maturità.
La trama descrive i contorni di una generazione di donne (le attuali cinquantenni) che, dopo una vita di sacrifici per crescere figli, portare avanti la famiglia e contemporaneamente il lavoro, si ritrovano non riconosciute e spesso sole a ricominciare daccapo .
Il testo lancia un messaggio importante, marcando la forza che nasce dalla disperazione che non porta ad una vendetta letale (attraverso la loro strategia le donne salveranno l’intera comunità dalla corruzione di un uomo di potere).
Contestualmente le protagoniste scopriranno che l’amicizia tra donne non è fatta di rivalità e competizione, per ottenere il posto di lavoro piuttosto che l’amore, ma è la sinergia che attraversa le peculiarità di ognuna di loro.
Con lo svolgersi delle peripezie di una campagna elettorale, in cui l’attore senza autostima Luca Bigozzi scontornerà le fragilità e i sogni di Elvira, Vichy, stravolgerà gli intenti, proiettandole verso la loro rinascita. Ameremo Luca (alias Marco Zingaro), un uomo che rinuncia al potere, che le tre donne vorranno regalargli per vendetta, per seguire i suoi sogni e l’amore.
La commedia ha un bel ritmo, è divertente, fresca, attuale. I quattro attori si alternano nelle battute con grande capacità, traspare fino in fondo la sintonia cresciuta in due anni di repliche. La maggior presenza scenica è di Michela Andreozzi che sa far trasparire tutte le fragilità di Elvira senza mai far sorgere nello spettatore il senso del compatimento.
Maria Grazia Cucinotta si adopera tantissimo nel suo ruolo da svampita, il fascino traspare nella flessuosità del suo corpo ma non ne fa il punto di forza. L’attrice, abituata forse più ai tempi del cinema, ha intrapreso quest’avventura teatrale che è in una fase evolutiva. Non sbaglia un passaggio ma forse deve ancora interiorizzare i tempi del palcoscenico.
Brillante ed effervescente Vittoria Belvedere, il suo accento calabrese incita lo spettatore a lasciarsi andare alla risata quando intercala in dialetto le parolacce che le escono, a causa della sindrome di Tourette da cui è affetta Antonia.
Che dire di Marco Zingaro? Bello, prestante, si lascia manipolare, plagiare, plasmare da queste tre arrabbiatissime cinquantenni e allo spettatore viene voglia di coccolarlo, amarlo per la sua semplicità ma soprattutto di stimarlo quando si toglie la fascia da sindaco e la da ad Elvira, facendole scoprire competenze e forza di carattere e insegnandole che è perfettamente in grado di essere al comando di un ruolo prestigioso perché lo ha sempre fatto.
Belli i costumi di Laura Di Marco che si adeguano ai ruoli di ognuna, non mancano paillettes e piume per la moglie ricchissima che fanno la loro bella figura sul Maria Grazia Cucinotta.
Nonostante il palco del Supercinema non si presti a grandi scenografie il riadattamento scenico a cura di Mauro Paradiso è perfettamente riuscito, lo spettatore, senza alcuna linea divisoria, vedrà tre ambienti diversi in cui le donne svilupperanno le loro strategie: una scrivania per Elvira la segretaria, un divano per Vichy la moglie tradita e la cattedra per Antonia, la professoressa supplente del figlio del sindaco.
La direzione di Massimiliano Vado è riuscita e, se far ridere è un’impresa difficilissima soprattutto quando sul palco il compito è assegnato alle donne, far ridere ed applaudire il pubblico stabiese è impresa ardua ma in sala le risate si sono sentite, un po’ meno gli applausi durante lo spettacolo ma a Castellammare il pubblico in sala elargisce approvazione solo a fine spettacolo.
La sala del Supercinema era mediamente piena, purtroppo l’attualità degli ultimi tempi ha tenuto a casa molti probabili spettatori. Giorgia Radice, sulle orme del papà, è sempre più una brava padrona di casa. Che dire? Noi ci siamo divertiti tantissimo.

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