Nel mondo di mezzo… mezzo.

Nel mondo di mezzo… mezzo.

In tempi di emergenza sanitaria è preoccupante osservare un dato che sicuramente è allo studio di molti sociologi e psicologi: l’idiozia collettiva quando si è privati della libertà individuale.

© Pina Longobardi | Sei Agenzia

Da ieri a oggi questo mondo è cambiato in maniera virulenta, dobbiamo prenderne atto con rassegnazione! A ogni alba tutti vorremmo svegliarci dall’incubo di questa vita segregata in casa e riappropriaci delle nostre vite, quella tanto cara privacy che abbiamo firmato e sottoscritto con le nostre esistenze. La vita nella sua banale quotidianità fatta di gesti che scandivano le nostre giornate, replicando le nostre sicurezze, ci manca. La causa? Un microscopico virus letale che ci ha imprigionato in una vita scomoda, che rigettiamo con tutte le nostre forze ma che non condona nessuno. Dal ricco al povero, dal professionista all’extracomunitario, dal medico al paziente dobbiamo tutti obbedire alla distanza sociale.

Dall’emergenza sanitaria da corona virus è nato più di un paradosso, il quadro è stato ben tracciato da una dichiarazione governatore della Campania Vincenzo De Luca che ha detto: “L’Italia è il paese del mezzo, mezzo. Diciamo che non possiamo stare per strada ma consentiamo il footing, diciamo di tenere la distanza di un metro ma consentiamo la movida. Rischiamo di trascinarci un calvario per mesi, penalizzando persone corrette. E’ arrivato il momento per chiudere tutto e militarizzare l’Italia. L’obiettivo vitale per l’Italia è contenere il contagio. Invito il Governo a emettere ordinanze perentorie, non equivoche.”.

Il problema è chiaro, stiamo facendo i conti con un sub-strato sociale che non riesce a capire che in gioco c’è la vita. Una struttura sociale che si è alimentata per anni e anni di reality show, di opinionisti ignoranti, di urlatori televisivi che hanno fatto scuola in tema di esibizionismo che sul social è diventato poi la chiave di dialogo di molte persone. Oggi facciamo i conti con questi individui che irresponsabilmente e spesso inconsapevolmente mettono a rischio l’incolumità d’interi quartieri. La cosa assurda è che questo sub-strato non è costituito solo dai semplicioni che affollano i bar della città o dalle casalinghe disperate ma anche da professionisti, medici, persone di cultura che sfidano un sistema di nuove regole perché semplicemente non riescono a osservarle, quasi che la restrizione momentanea della propria libertà sia una diffida che mette in pericolo le proprie certezze. 

Abituati a strutturarci sulle nostre personali aspettative, ci riteniamo invincibili in un sistema che all’improvviso è diventato di cristallo. Purtroppo il perseverare di certi atteggiamenti superficiali, rischia di allungare la lista dei morti e far collassare definitivamente il travagliato sistema sanitario italiano. 

Dopo il corona virus, l’irresponsabilità individuale è diventata la battaglia da combattere con ogni strategia possibile anche minando la libertà di un’intera collettività e scatenando una caccia alle streghe che creerà ulteriori problemi sanitari, economici e sociali.

Siamo intellettualmente poveri ma poveri “viziati” da un sistema che ci ha talmente fatto il lavaggio del cervello che non siamo più nemmeno in grado di formulare un pensiero autonomo rispetto a questa condizione. Così ci lasciamo condizionare dalle fake news che condivise ci regalano quei famosi ma inutili cinque minuti di celebrità. Nel bailamme informativo diventiamo capaci di scovare il complotto politico delle nazioni contro il bene dell’umanità.

Siamo psicologicamente fragili tanto da lasciarci governare dall’idiozia perché, incapaci di convivere nell’ambiente familiare, preferiamo mettere a repentaglio la nostra stessa salute pur di sfuggire alle mura domestiche. Ambiamo a una sola perfezione, quella dell’apparire belli, intelligenti e responsabili grazie ai filtri fotografici, agli aforismi incollati negli stati, alle mascherine fotografate nei nostri profili che nascondono il volto, ma non proteggono né dal virus né dall’imbecillità.

Siamo economicamente poveri perché non abbiamo fatto nemmeno in tempo a uscire da un decennio di crisi economica che il mondo si è ritrovato in piena pandemia.

Siamo culturalmente ignoranti perché paghiamo anni e anni di tagli alla scuola, di buona scuola, di progetti scolastici, di ore ridotte, di materie cancellate e ci ritroviamo giovani incapaci di leggere un libro, di esprimere un’opinione, di lottare per il proprio sapere.

Abbiamo un sistema sanitario che gioca al primato del più bravo, del chi indovina per primo, del sensazionalismo mediatico che non porta da nessuna parte. Chi se ne frega di chi ha trovato per primo la cura? Al mondo serve l’intelligenza di somministrarla per tempo e non importa quanto sia efficace se non abbiamo un vaccino che ci consenta di proteggere le popolazioni in massa.

In questo mondo di mezzo… mezzo, in balia di un virus che ci ha fatto scendere dal piedistallo e ci sta insegnando che siamo solo deficienti presuntuosi, il pianeta si prende una rivincita alla faccia della globalizzazione, alla faccia dell’uomo occidentale, dell’inquinamento climatico e della corsa alla società liquida d’ispirazione baumaniana, che ci costringe a produrre a più non posso, a trovare i mezzi necessari per la corsa al business o a soccombere. Il corona virus in questo momento ci ha rubato l’individualità, mettendoci difronte al dilemma shakespeariano se è più importante l’essere o l’avere, la vita o la morte, ai posteri l’ardua sentenza.

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