Pio Luigi Piscicelli: e pensare che… volevo fare il prete!

Il tramonto dalla terrazza dell’HOTEL STABIA accoglie Pio Luigi Piscicelli accompagnato dal papà e da Marianna De Martino, titolare della scuola di recitazione LA RIBALTA. Anche io incollata allo schermo ogni domenica per lui, Tony “il simpatico, il furbo” di BRACCIALETTI ROSSI che, circondato dalle fans stabiesi, mi racconta la sua esperienza nella fiction.

Pio Luigi Piscicelli, innanzitutto grazie per essere venuto fino a Castellammare per quest’intervista, ti piace la nostra città?
Castellammare è bellissima, nella mia città non c’è il mare e quando vengo qui posso respirare un’aria diversa.

Cominciamo col dire quando è scattata in te la passione di voler recitare?
Veramente io volevo fare il prete! Un giorno, avrò avuto 8 anni, con alcuni miei amici decisi di realizzare un filmino sulla vita di Gesù. Ovviamente, con l’entusiasmo del bambino che ero, lo proposi in famiglia e mia madre un giorno lo fece vedere ad un amico che aveva una compagnia amatoriale e che le disse che io avevo delle doti artistiche spiccate e mi inserì nella sua compagnia e feci una piccola parte e da lì mi appassionai e chiesi ai miei genitori di poter studiare recitazione.

Quindi hai cominciato una scuola di recitazione?
Si e sai dove? Proprio qui a Castellammare di Stabia, i miei genitori hanno cercato la migliore scuola della zona e gli venne fatto il nome della RIBALTA, dopo la mia prima lezione mi convinsi ancor più di voler intraprendere questo percorso. Ho incontrato degli maestri bravissimi che mi hanno insegnato principi di recitazione che mi sono state utilissimi durante le riprese di BRACCIALETTI ROSSI ma anche nella vita, infatti prima ero più timido.

Come sei arrivato a interpretare il ruolo di Toni?
Andai a Roma per il 1° provino ad esso ne seguirono altri tre e poi un giorno il telefono squillò e seppi che ero stato preso per il ruolo del simpatico Toni. Già allora ero consapevole che stavo per vivere una grande esperienza e così è stato.

A proposito di Toni quanto ti assomiglia nella vita reale questo personaggio?
Non molto io sono più timido e schivo nella vita reale, pensa che all’inizio ho fatto il provino per Davide ma non ho convinto gli autori. Toni invece ha influenzato me in positivo, di lui ho apprezzato il suo altruismo, la simpatia e soprattutto l’ottimismo che infonde nei ragazzi di Braccialetti Rossi. Lui sa superare le barriere della vita reale e andare oltre al punto tale che riesce a parlare con Rocco, infondendo speranze nella mamma del piccolo e a far da tramite tra Davide e gli amici all’atto del suo trapasso. Toni è il furbo, è il collante del gruppo, quello che ci sta sempre e sa portare il sorriso e la speranza, rafforzando l’amicizia nel gruppo.

Avete girato la fiction in una struttura ospedaliera vera?
No, in un polo universitario di Fasano in Puglia, si chiama CIASU (Centro Internazionale Alti Studi Universitari), nel quale è stato ricostruito interamente l’ospedale della serie. Altre scene sono state girate a Monopoli e all’interno dello Stadio del nuoto di Bari (numerosi flashback della serie si svolgono qui), nella piscina esterna alla struttura, dove Rocco vive sospeso tra la vita e la morte.

Quanto è stato difficile per te stare continuamente seduto in carrozzella?
Per me guardare il mondo da una sedia a rotelle è stata un’esperienza nuova che mi ha fatto comprendere il significato degli ostacoli che la vita ci pone davanti, adesso se incrocio una persona in carrozzella mi sento più vicina a lei rispetto a prima. Nei giorni prima delle riprese ci allenavamo e provavamo a “convivere” con le carrozzelle e certo il mondo da lì sembrava più grande e difficile.

Quanto ha cambiato emotivamente la tua vita questa fiction?
Prima della fiction, come credo quasi ogni adolescente sano come me, guardavo agli ospedali come luoghi tristi in cui abitavano solo sofferenze e malattie per poi scoprire che in realtà all’interno delle strutture, soprattutto quelle di lunga degenza, nascono delle alchimie di sentimenti di solidarietà, amore, partecipazione emotiva tra i malati e i loro familiari. La costrizione a vivere ed assistere la propria ed altrui sofferenza aiuta a creare sentimenti nuovi in cui si respira una nuova familiarità e ci si fa forza gli uni con gli altri. Il malato così ritrova non solo una sua dignità ma anche una nuova dimensione di vita che gli rende la degenza meno sofferta.

Ci racconti un po’ di Davide? La sua uscita di scena è stata una sorpresa per tutti, dobbiamo rassegnarci alla sua perdita?
Non posso dirti molto, solo che la morte ha portato via Davide ma non la sua energia che vivrà tra i ragazzi di Braccialetti Rossi.

Ci racconti qualche retroscena simpatico che ti è capitato durante le riprese?
Gli scherzi di Rocco! Dovendo stare sempre fermo ogni tanto per sfogare la sua incredibile energia, coglieva tutti di sorpresa e si sedeva in mezzo al letto mimando i gesti e le urla dei mostri. Ovviamente ci prendeva di soprassalto e poi si finiva tutti col ridere soprattutto per gli oggetti che sfuggivano di mano e il panico che creavano le urla.

Cosa si prova ad essere popolare?
È gratificante ed emozionante ma so che ho tanto ancora da fare.

Squadra del cuore?
C’è da chiedere? Napoli ovviamente!

Ci saluti i lettori?
“Watanka” a tutti e grazie per l’affetto con cui hanno seguito la fiction.

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